Il tuo team di lavoro ha bisogno di un coach motivazionale?

Pubblicato da: Domenico Malara il 12.06.2018
Domenico Malara
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coach motivazionaleL’attività di coaching è composta da una serie di incontri e colloqui nel corso dei quali il coach aiuta il coachee a incrementare le proprie performance, per raggiungere la massima espressione del potenziale individuale, agendo come un facilitatore.

Nell'articolo che segue approfondiremo il tema, spiegando come un manager (o un responsabile di team) possa diventare coach motivazionale e stimolare i suoi collaboratori nella comprensione di ruoli e obiettivi, nell'apprendimento delle competenze indispensabili e nel miglioramento della soddisfazione rispetto al lavoro svolto.

Chi è il coach motivazionale?

Innanzitutto, introduciamo la definizione di coaching che potrebbe essere riassunta così:

“il coaching è l’arte di facilitare la performance, l’apprendimento e lo sviluppo di una persona”. 

Per arrivare al significato di coach motivazionale, analizziamo i termini che compongono la definizione.

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Iniziamo da performance: il coaching in azienda è strettamente legato alle performance, quindi l’attività del coach, concretizzata sia nelle sue parole che nel suo esempio concreto, dovrebbe essere guidata dall'intenzione di incrementarle. Il miglioramento della prestazione può essere un aumento generale dell’efficacia e dell’efficienza oppure può essere collegato a un progetto specifico e al raggiungimento di un obiettivo di business. 

L’apprendimento è un altro risultato atteso dall'attività di coaching e riveste la stessa importanza della performance perché, in prospettiva, le prestazioni a lungo termine dell’azienda dipendono dalla capacità dei collaboratori di imparare continuamente, aumentando competenze e know-how e contribuendo così al successo dell’organizzazione anche in contesti di trasformazioni di mercato.

Lo sviluppo, a differenza dell’apprendimento, è focalizzato sulla crescita personale e sull'aumento della consapevolezza. Lo sviluppo dell’efficacia personale e organizzativa è anche l’obiettivo dei corsi di formazione che mirano al miglioramento delle soft skill, diversamente dal training più tecnico incentrato sulle hard skill.

Il significato dell’espressione facilitare, oltre a quello di senso comune, pur desiderabile, di rendere semplice, implica la fiducia sia del coach motivazionale che del coachee nella capacità di quest’ultimo di elaborare individualmente idee proprie, di trovare una soluzione e di effettuare una scelta. Introducendo l’idea del facilitatore, capiamo quindi che le persone possono imparare senza che le nuove nozioni o i nuovi comportamenti vengano loro imposti. Il coach, pertanto, dovrebbe abbandonare la convinzione di avere sempre le risposte giuste, perché il suo ruolo è rendere autonomo il coachee nell'esplorare, nell'approfondire, nel diventare più consapevole e nel prendere decisioni.

Senza dimenticare la prima definizione di coaching: è un’arte perché, quando è praticato in maniera ottimale, non c’è alcuna attenzione alla tecnica.

Il coach è completamente immerso e impegnato nella relazione con il collaboratore, basata su un dialogo costruito con sinergia e interdipendenza. 

Le metodologie di coaching nascono dall'esperienza e dalle osservazioni di innumerevoli casi per lungo tempo, oltre che da discipline come la psicologia e la filosofia. Molti libri sul tema descrivono tutti i passaggi metodologici e tecnici per effettuare un buon coaching, ma forse la vera arte del coaching si concretizza nel “non fare coaching”. Quando pensiamo di mettere in pratica una tecnica, la nostra attenzione è sul metodo e sul giusto modo di interpretarlo, e quindi non è con la persona. 

 

Il coach motivazionale può

avere un approccio direttivo?

 

Abbiamo visto come il coaching sia come una relazione nella quale la conversazione prende forma a seconda della situazione e dei bisogni del collaboratore.

Dirigere significa guidare, dire, istruire, comandare e l’approccio direttivo applicato al coaching è la forma di educazione e gestione manageriale alla quale siamo più abituati. La sua genesi è nella nostra prima infanzia e il suo affinamento negli anni di scuola. L’insegnante sa, dice e spiega ciò che sa. E gli studenti, seduti passivamente, ascoltano (o fingono di ascoltare).

 

Qual è il limite di questo approccio?

 

Il più evidente è il fatto che il coach debba sapere tutte le risposte. Pensando alla struttura di molte aziende, dove ci sono molte persone con diverse specializzazioni, è semplicemente impensabile potere collaborare con un formatore che abbia tutte le skill tecniche che servono ai collaboratori.

coach motivazionale

Infatti, il coach motivazionale non si ferma di fronte a questo limite che in realtà è solo apparente, perché adottando un approccio non direttivo si possono ottenere risultati stupefacenti.

È attraverso l’esperienza diretta, con una serie di tentativi ed errori che si impara a camminare. La maggior parte di noi cammina ragionevolmente bene e pochissimi (vista anche l’età di apprendimento) hanno avuto istruzioni precise su come farlo.

Alzandoci, cadendo e rialzandoci, l’insieme mente-corpo processa le informazioni dall'esperienza, tiene in considerazione i risultati e inconsapevolmente apporta le giuste correzioni.

Quando un bambino impara a camminare, non c’è un genitore di fronte a lui con in mano un manuale per dirigerlo attraverso una serie di istruzioni. E allo stesso modo, non c’è recriminazione, senso di punizione o vergogna per un eventuale errore. I genitori con i piccolissimi hanno un approccio non giudicante e incoraggiano la sperimentazione e il gioco. Lungo la strada, a un certo punto, ci si dimentica di questo approccio.

Ognuno di noi nasce con una naturale capacità di apprendimento, una sorta di istinto a imparare. Un coach non direttivo stimola quell’istinto, generando autonomia nell’apprendimento.

È importante sottolineare come vi siano momenti in cui il collaboratore necessita di feedback o suggerimenti diretti; è responsabilità del coach riconoscere tali situazioni e agire di conseguenza, attivando la parte direttiva del coaching.

Per rispondere alla domanda che abbiamo posto nel titolo dell’articolo, ecco qualche esempio di bisogno che può essere risolto tramite l’attività di coaching: 

  • confronto sulle modalità di raggiungimento degli obiettivi
  • necessità di ricevere feedback
  • supporto costante
  • formazione sul campo

 



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Argomenti: formazione aziendale, coaching aziendale, training aziendale